Liberamente tratto dalla Filosofia della Libertà di Rudolf…

Liberamente tratto dalla Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner.
Il pensare è un’attività che per spiegarsi non ha bisogno di uscire da se stessa. Si comprende e si conosce mediante il pensare stesso. Per questo motivo l’uomo è partecipe nel pensiero puro di un’attività conoscitiva che si fonda su di sé. Il primo modo in cui lo Spirito si manifesta nell’uomo è nel pensiero puro: il pensiero che pensa se stesso.

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4 thoughts on “Liberamente tratto dalla Filosofia della Libertà di Rudolf…

  1. Il pensiero puro pensa sé stesso? Imprudentemente estrapolato da una meditazione in “Tecniche della concentrazione interiore” di Massimo Scaligero:
    Ogni cosa necessita essere compresa con il pensiero, il pensiero, invece, per sé non lo esige. Esso non necessita di altro pensiero per darsi quale obiettivamente è. Il pensiero che possa darsi come oggetto non va compreso, ma percepito.

    • Normalmente non è possibile essere compartecipi dell’attività pensante e allo stesso tempo fare del pensiero l’oggetto della propria osservazione. Queste due attività avvengono in momenti diversi. Passando da un momento all’altro il pensiero pensa se stesso, che è qualcosa che ogni uomo può fare. Se si riuscisse a farlo invece, non dovrebbe esserci più distinzione tra la volontà operante nel processo del pensare e la manifestazione del pensiero. La distinzione tra il pensare non percepito (sprofondato nella volontà) e pensieri pensati (ormai formati) non sussisterebbe più. Risultato? Boh. Fai la concentrazione 😀

      • Non mancherò! 😀

        Mi permetto di continuare la chiaccherata infarcendola di una nota biografica. Mi scuso se ho esagerato con la lunghezza.

        Una volta, avevo da poco iniziato le superiori, chiesi ad un mio amico psicologo quale era la sua opinione rispetto alla genesi dei pensieri. Mi rispose che secondo lui la coscienza legge in un modo misterioso la mappa neuronale corrispondente ad una certa idea: il meccanismo del cervello fa si che i neuroni si attivino in un certo modo e di conseguenza si formano le idee. Dopo di che mi disse: “il cervello è capace di auto comprendersi, perché può formarsi delle idee su sé stesso”. Fico, pensai sul momento. Ma più soppesavo interiormente l’idea, più questa aveva la consistenza dell’aria fritta, come quando prendevo in considerazione i ragionamenti che portano qualcuno a chiedersi, vedendo il risultato di un calcolo matematico comparire su uno schermo, se il computer ha coscienza del calcolo effettuato.
        Non mi era ancora evidente che, senza accorgermene, mi muovevo sempre e solo tra pensieri, ma confondevo i pensieri con le cose. In questo modo era possibile sognarsi che fosse il cervello a spiegare se stesso e non notare che è solo il pensiero che può spiegare il cervello. In tale situazione di incertezza iniziò a farsi strada la consapevolezza che ciò che consideriamo realtà è un tessuto di pensiero. E più mi accorgevo dell’onnipresenza del pensiero più premeva un’altra domanda: “Se il pensiero può spiegare il mondo ed anche il cervello può davvero essere un prodotto del cervello? Qual’è la reale natura del pensiero? E’ solamente una astratta costruzione mentale?”.
        Come molti a quell’età, pur essendo vivo in me un forte sentimento religioso, mi barcamenavo tra nichilisimo e idealismo: a tratti consideravo il mondo di pensiero come un sogno, mi consideravo piccolo e insignificante e tutta la vita diveniva solamente un vuoto e ad assurdo scherzo della natura. Ma qualcosa ancora si dibatteva in me, fino a quando, con un colpo di destino per il quale sento ancora gratitudine, mi si presentò chi mi consigliò di leggere “La filosofia della libertà” e “La logica contro l’uomo”. Più leggevo e più maturava la fiducia nel pensare, la mia anima si rinvigoriva e la mia vita non era più un insignificante scherzo della natura, ma mi consideravo inserito, grazie al pensare, nel “tessere del tutto”. Più riconoscevo il pensiero fondato su sè, più mi sentivo sicuro e capace di dirigere la mia propria vita… più libero. Ciò che fu determinante, non fu tanto la possibilità di formarmi pensieri sul pensiero, ma comprendere quale era il punto di vista a cui tendere, il cercare di portarsi in un punto che permettesse una spregiudicata osservazione del pensare. Per questo quando dico “pensiero puro” non ho in mente solo il pensiero che pensa su sé, ma è anche il pensiero che tenta di ripulire il campo da sensazioni personali, tendenze inconscie, impulsi individuali, e che applica a se la più obiettiva e spregiudicata capacità di osservazione possibile, così come uno scienziato dovrebbe affrontare le sue ricerche. Anche per questo trovo difficile separare ricerca filosofica da evoluzione spirituale.
        Ma probabilmente su questo punto non la vediamo in maniera molto diversa…

        • Ma scherzi? Ho fatto sto blog più social proprio per permettere questi tipi di scambi. Comunque io a quattordici anni pensavo a tutt’altro, complimenti!

          Questo elemento di “scambiare i propri pensieri per cose reali” e vivere dentro una sfera di sogno è molto interessante. Infatti questo modo di fare, diciamo, scienza (il mondo usa questa parola, adeguiamoci) è strettamente imparentato alla psicosi.

          Lo scambiare i propri pensieri per cose reali è già di per sè un gesto nevrotico; peggiorando non si può che giungere a un mondo fatto dai prodotti della nostra mente.

          Tra l’altro questo discorso va di pari passo con lo sviluppo della coscienza immaginativa, dato che riconoscere la proiezioni della nostra anima, che ci si presentano al grado immaginativo come un’esteriorità, è una fase da superare.

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