Computer, animali, PNL e fobie

Mi è capitato di dover far dei lavori sul PC del mio capo, in sua assenza. Mentre il computer macinava dati io ho approfittato per curiosare in un libro sulla PNL trovato sulla scrivania.

Dicendo “Programmazione Neuro Linguistica” a me viene da pensare ad una tecnica che tratta il cervello dell’uomo come una macchina da programmare, ma in realtà da quello che ho capito l’azione terapeutica tenta più che altro di proporre al paziente rappresentazioni/immaginazioni che aiutino a rieducare, ammaestrandolo, l’animale che c’è in noi.
Comunque sia, il capitolo sulle fobie mi ha sorpreso.

mente macchina

L’autore del libro aveva per le mani dei casi difficili (ad esempio un poveretto che quando anche solo pensava di dover scendere un gradino delle scale veniva scosso dal terrore e stritolato dal panico) e non sapendo più dove sbattere la testa venne a scoprire che, in alcuni casi, fobie anche gravi si risolvevano senza bisogno di terapia. Andò quindi a chiedere ai diretti interessati come queste “guarigioni spontanee” avevano avuto luogo. Tutti gli risposero nello stesso modo: ad un certo momento si erano rappresentati mentalmente sé stessi durante un attacco. Si vedevano in una tipica situazione che scatenva in loro quell’irrazionale paura… vedevano le loro reazioni… e d’un tratto il loro comportamento gli sembrava così assurdo che… scoppiavano a ridere! Dopo di ciò la fobia non si era più ripresentata.
L’autore, colpito da questi racconti, invitò i suoi pazienti a fare lo stesso… liberandoli così dalle loro fobie!

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4 thoughts on “Computer, animali, PNL e fobie

  1. Lavorare con la propria autoimmagine è una cosa molto delicata, e molto potente.
    Le reazioni emotive le ha sempre qualcuno dentro di noi: una sottopersonalità o, come la chiama la PNL, una “parte” di noi.
    Quando ci osserviamo in terza persona siamo nella modalità che loro chiamano “dissociata”, mentre quando osserviamo una scena in prima persona siamo nella modalità “associata”.
    La cosa ha più livelli, nel senso che possiamo anche dissociarci più volte: osservare noi stessi mentre osserviamo noi stessi in una situazione. Secondo me andare oltre i due livelli è un po’ inutile.
    E’ molto importante CHI è che guarda la scena complessiva.
    Nel tuo esempio un “uomo divertito” guarda una scena in cui “un uomo terrorizzato” non riesce nemmeno a fare un gradino delle scale.
    In quel momento l’io è associato (identificato) con una personalità divertita, quindi rilassata e sicura. Il riso è sempre anche un’espressione di superiorità nei confronti di una data situazione.
    Questa tecnica rompe l’evocazione della personalità terrorizzata (che se raggiunge quei livelli di intensità, è un doppio) data dall’ancora visiva delle scale (la chiamo “ancora” perché la PNL la chiama così).
    Lavorare con la propria autoimmagine è pericoloso perché ti espone a associazioni dannose più facilmente.
    Anche i lavori sulla biografia devono essere secondo me presi molto sul serio, nel senso che bisogna prepararsi prima: sapere cosa fare o non fare quando si lavora con la propria immagine..

    • Ehi, ma sei preparatissimo! 😉 Il discorso è molto interessante… e ho voglia di farti un sacco di domande!

      Potresti spiegare meglio in che senso “ti espone ad associazioni dannose più facilmente”? Più facilmente rispetto a cosa?

      Da quello che ho capito metti in guardia dal fatto che quando ci rappresentiamo noi stessi in modalità dissociata è sempre una personalità che osserva e questo ci espone a dei rischi: magari alla personalità che osserva si dà la possibilità di prendere “illecitamente” il sopravvento su di un’altra. Era questo che intendevi?

      Quali precauzioni bisognerebbe prendere? Ci sono delle “regole auree” di base?

      Un caro saluto.

      • Sì, intendevo qualcosa del genere.
        Esempio: una persona rumigina su sé stesso, chiedendosi “ma sono fatto così, o sono fatto colà?” oppure “cosa desidero veramente?”. E’ chiaro che questa personalità non ha la conoscenza che cerca, e mettiamo che per sua indole, in questa situazione, è insicura, dubbiosa e titubante.
        A partire da questa personalità questo tizio inizia ad avere immagini di sé stesso (dissociate o associate, è un chaos) in diverse situazioni. Il fine chiaramente è quello di conoscersi meglio.
        Ma il rischio è quello di far radicare la personalità insicura, che normalmente gli deriverebbe solo dal fatto di “non conoscere qualcosa e quindi temerlo” in tutte le situazioni che si stanno dipingendo.

        Il mio consiglio, quando si lavora con la propria autoimmagine, è quello di ignorare completamente lo stato interiore dell’osservato: come ha reagito, cosa provava in quel momento, di che umore era, ecc.

        Osservare sé stessi come un estraneo: una persona che non si conosce .Ti ricorda qualcosa?

        • Si, mi ricorda qualcosa 😉 Infatti era proprio perché mi ricordava qualcosa che mi ha colpito il racconto del PNLlista. Ciao e grazie.

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