L’Occidente e la strumentalizzazione

Uno dei vizi dell’Occidente sembra essere la strumentalizzazione: utilizzare qualcosa per ottenere un certo prodotto o risultato. Solitamente a esseredesiderato e voluto è il prodotto; il mezzo che utilizziamo, lo strumento, può anche essere disprezzato, odiato o addirittura considerato sbagliato (“il fine giustifica i mezzi”).

Alcuni esempi

Siamo disposti a strumentalizzare il nostro lavoro per avere un risultato (denaro) che ci permetterà di traslare la nostra soddisfazione e il nostro godimento in altro, e in un secondo momento (consumo); siamo disposti a strumentalizzare la nostra attività fisica (palestra) per avere in un secondo momento un bel corpo; siamo disposti a strumentalizzare il nostro investimento di denaro, in un’attività di cui non abbiamo il ben che minimo interesse, per trarre soddisfazione in altro (soldi); siamo disposti a strumentalizzare i nostri interessi e il nostro studio per ottenere un riconoscimento (laurea).

Ma il nostro lavoro ci appaga e ci da godimento, di per sé stesso?

L’attività fisica ci appaga e ci da soddisfazione, di per sé stessa?

L’attività in cui stiamo investendo denaro, vogliamo che esista nel mondo?

Le cose che stiamo studiando ci piacciono, ci interessano e ci appagano di per sé stesse?

Amore per l’azione

Quando traiamo il frutto dell’azione che stiamo svolgendo dall’azione stessa, quando abbiamo soddisfazione, appagamento e godimento semplicemente nel fare quello che stiamo facendo, allora viviamo nell’amore per l’azione.

Non ci interessano i frutti dell’azione, o per meglio dire ci interessano relativamente: anche se non ci fossero noi comunque continueremmo a fare ciò che amiamo fare.

Se qualcuno dovesse distruggere i frutti delle azioni che noi compiamo per amore noi non ci stancheremmo di compierle, perché è da esse stesse che avremmo soddisfazione.

Saremmo inoltre disposti a sacrificarci volentieri per ciò che amiamo fare, perché dedicargli più cura e più tempo non farebbe altro che aumentare il nostro apprezzamento, il nostro godimento e la nostra stima nei riguardi di ciò che stiamo facendo.

Società ed Educazione

La società è impostata in modo tale da favorire la strumentalizzazione, educando le persone a questa.

Gli studenti devono restare silenziosi per sei ore al giorno ad ascoltare la voce dei professori che, coinvolgendoli il meno possibile in quello che stanno dicendo, li portano a non avere il ben che minimo interesse in quello che insegnano. Eccessiva importanza invece viene data ai voti, come se indicassero realmente la preparazione di uno studente; l’esperienza dimostra invece che uno studente tende a dimenticarsi il prima possibile quello che ha studiato.

Analogamente il lavoro è spesso strutturato gerarchicamente, senza far sì che i lavoratori siano coinvolti nell’impresa di cui fanno parte. Da anni ormai (modello giapponese?) si tende a valorizzare questo coinvolgimento, ma quando una persona è un dipendente (e non ha voce in capitolo nelle decisione che riguardano l’impresa) fino a che punto può arrivare?

Religione

Un mio amico mi raccontava che la strumentalizzazione che pervade la società deriva, secondo Ivan Ilich, dalla degenerazione della religione cristiana.

Questa infatti ha assunto nel corso dei secoli la forma di un sistema di diritto in cui ogni cosa all’interno di essa è strumentalizzata alla salvezza delle anime: dalla crocifissione di Cristo al rito dell’eucarestia.

Dio è morto per noi a causa dei nostri peccati: la sua opera misericordiosa è lo strumento della nostra salvezza. Gli uomini non sono stati educati a guardare la morte sul Golgota come un’azione libera di una divinità che amava quello che stava facendo, come un libero sacrificio.

Tutto sembra compiersi non per libera scelta di Dio, bensì per una profetizzata necessità: è scritto che il messia sarebbe giunto a salvarci. Doveva farlo, altrimenti di orribile colpa si sarebbe macchiato? Non sarebbe stato un dio, bensì un demonio.

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5 thoughts on “L’Occidente e la strumentalizzazione

  1. Trovo corretto quello che affermi sull’amore per l’azione. C’è però qualcosa che mi lascia insoddisfatto… mi sembra ci sia spazio per un’interpretazione puramente edonistica che non mi convince. Provo a spiegare la mia posizione.
    Tu dici:

    “Quando traiamo il frutto dell’azione che stiamo svolgendo dall’azione stessa, quando abbiamo soddisfazione, appagamento e godimento semplicemente nel fare quello che stiamo facendo, allora viviamo nell’amore per l’azione.”

    Di primo acchito sembra che il frutto dell’azione debba sorgere dall’azione stessa… per magia. L’azione che compiamo può anche essere senza senso? Ciò che importa è solo il trarre un immediato appagamento dall’azione stessa? Mi viene perciò spontaneo il chiedermi “come può sorgere l’amore verso ciò sto facendo?”.

    Dal mio punto di vista non è una semplice disposizione ad un sentimento che permette all’uomo di amare l’azione, ma egli deve poter riconoscere giusto e buono il principio da cui l’azione nasce. Anche quando, nel caso più semplice che mi viene ora in mente, compio un’azione di routine come lavare i piatti e decido di compierla tentando di amare ciò che faccio (e quindi di immettere una modalità di sentimento nell’azione, di cura animica, di espressione artistica) lo posso fare solamente perché riconosco in quella modalità un “valore aggiunto”.

    Cosa ne pensi? Saluti.

  2. Io penso che l’amore per l’azione nasca dalla stima che ho per questa, da quanto la apprezzo, dal modo in cui so riconoscerne un valore.
    Una persona potrà riconoscere questo valore nella sua bontà, altri nella sua bellezza, altri ancora nella sua semplicità, e così via.
    Per me l’importante è che questa bontà, bellezza, o semplicità siano nell’azione e non nei suoi frutti.
    Bontà, bellezza o semplicità sono tutte cose che di per sé recano un certo tipo di godimento, e per me è una bella cosa che sia così.
    Penso che sia possibile imparare ad amare un’azione. Mi ricordo che Novalis in un frammento dice “chi sa amare una cosa le sa amare tutte”.
    Concludo dicendo che un approccio edonistico ad un’azione non si sottrae alla logica della strumentalizzazione, per cui un’azione diventa uno strumento per raggiungere un piacere.
    Allo stesso tempo però credere ad un’amore privo di un godimento è secondo me un’ipocrisia bella e buona 😉

  3. Pingback: Materialismo « Il Tempo dell'Arte

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