Fraintendimento del Buddismo

Mi capita molto spesso di sentire commenti sul buddismo, e devo dire che fin’ora ho sempre assistito agli stessi fraintendimenti. Per questa ragione ho deciso di riassumerli e commentarli in questo post, sperando che questo possa evitare a qualcuno di cadere in questi errori.

Il buddismo nega il soddisfacimento dei piaceri

Dalle Nobili Verità si può imparare che voler fuggire dal piacere è una forma di attaccamento al piacere, che deriva dall’ignoranza che il piacere è impermanente. L’attaccamento ha sempre due modi di manifestarsi: un ossessivo volersi “trarre fuori” da ciò che ci porta incontro il mondo (come ad esempio il piacere), o il volerlo testardamente afferrare in continuazione, due comportamenti polari ma che di fatto hanno la stessa radice. Non si tratta di non soddisfare il piacere, quanto di sviluppare coscientemente la consapevolezza che il piacere e il suo soddisfacimento sono impermanenti. Quando c’è il piacere, goditelo; quando non c’è, fai altro.

Il buddismo nega il dolore, che fa parte della vita dell’uomo

La prima nobile Verità è “esiste la sofferenza”. Con essa viene constatata la realtà di fatto che la sofferenza fa parte dell’esistenza, e viene quindi riconosciuta la sua appartenenza alla vita. Il buddismo non nega il dolore e non porta gli uomini a fuggire da esso, anzi. Conduce all’accettazione del dolore e al lasciare che esso semplicemente fluisca via, attraverso lo sviluppo della consapevolezza che non esiste stato interiore che permanga.

Il buddismo fa diventare insensibili e indifferenti nei confronti del mondo e degli altri

Il buddismo mira a una sola cosa: farci smettere di essere degli ignoranti in senso letterale, cioè persone che ignorano la realtà. L’indifferenza nei confronti del mondo e degli altri deriva da quelle persone che al posto di osservare la realtà per come ci si presenta, guardano sempre alle stesse cose perché le credono eterne (ad esempio “la mia ragazza/o”). Sono piuttosto questo genere di persone a essere insensibili e indifferenti nei confronti del mondo, semplicemente perché lo ignorano, come ignorano il suo cambiamento e la sua continua trasformazione.

Il buddismo ha come obiettivo il non attaccamento

Questo è falso e pericoloso. Nelle Quattro Nobili Verità viene espressa una legge dell’anima umana che riguarda il rapporto tra sofferenza e attaccamento, ma praticare il buddismo non consiste né nel cercare di non soffrire né nel cercare di non attaccarsi alle cose, siano esse interiori o esteriori. Ciò infatti è impossibile, perché la realtà è che lo stato di assenza di sofferenza è impermanente, e che lo stato di assenza di attaccamento è impermanente.

Quello che il buddismo cerca di superare è lo stato di nescienza, cioè di ignoranza dell’impermanenza della realtà. Ovviamente lo stato di non-nescienza impermanente non esiste; bisogna sempre, e sempre ancora effettuare questo piccolo risveglio, in continuo movimento con lo scorrere del divenire universale.

Non mi viene in mente altro, ma sarei felice di ricevere qualche commento con altri fraintendimenti possibili per completare il post

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