La Liberazione dalla Sofferenza

Oggi rispondevo al post nel blog di un mio amico che parlava di demoni, larve: forme pensiero che permangono sottraendoci forze, energie, vita. Sono anni che ho a che fare con queste attività interiori; le ho osservate a lungo, ho capito come funzionano, come riescono a costruire gli inganni che riescono ad afferrarci l’anima, ecc.

Ma capire con la testa serve fino a un certo punto.

L’unica via che conduce alla liberazione della sofferenza psichica in modo efficiente, secondo la mia esperienza, è la via indicata dal Buddha. Nella sua semplicità essa è in grado di far maturare in noi una consapevolezza che ci permette di superare gli ostacoli, i blocchi interiori, le delusioni, la rabbia, l’ansia, la tristezza, l’odio, il ranconre: la sofferenza.

Ma non di eliminarle.

Cercare di eliminare queste cose è semplicemente impossibile: esse non solo fanno parte integrante della nostra esistenza e della nostra vita, ma non sono sotto il nostro controllo. Non solo: anche se fossero sotto il nostro controllo ci dominerebbero proprio mediante la nostra volontà di liberarcene, di non accettarle.

E non posso dominare qualcosa se in qualche forma dipendo da essa.

La via indicata dal Buddha non è una filosofia astratta bensì una reale, concreta constatazione della realtà dei fatti. Non vuole convincere nessuno di qualcosa, semplicemente indica a delle esperienza di vita che tutti possono riscontrare.

Ne ho parlato da un certo punto di vista anche in questo post, in cui riportavo una sintesi della quattro nobili verità:

Esiste la sofferenza.

La sofferenza è causata dall’attaccamento.

L’attaccamento è causato dall’ignoranza.

Dall’ignoranza della realtà che tutto è impermanente.

Queste sono Verità, queste corrispondono alla Realtà. Non esiste manifestazione interiore o esteriore che permanga, poiché ogni forma è sottoposta alla legge del divenire universale: tutto scorre, è in continuo movimento, cambiamento, trasformazione.

Panta Rei.

Ciò che noi facciamo di solito è il rovesciamento delle quattro nobili verità:

Ignoriamo la realtà che tutto è impermanente, cambia e si trasforma in continuazione.

Poiché crediamo che qualcosa in noi o fuori di noi permanga ci attacchiamo ad esso.

Quando questo qualcosa cambia il nostro attaccamento ci fa soffrire.

Per mezzo del dolore viviamo l’illuminazione: la consapevolezza del cambiamento della realtà.

Il dolore fa ciò che il nostro livello di consapevolezza non è in grado di fare: staccarci dalla cose. Però attenzione: non si tratta di cercare di staccarci dalle cose; non solo infatti non siamo in grado di farlo, ma è del tutto inutile. Senza contare che così facendo avremmo attaccamento per il non attaccamento, che oltre ad essere assurdo è ingannevole, perché sarebbe un attaccamento mascherato da via spirituale. Quello che dobbiamo fare è portare il nostro stato di consapevolezza alla realtà.

Si tratta di fare

il più frequentemente possibile

reale esperienza dell’impermanenza di tutte le cose.

Fare reale esperienza significa osservare concretamente le cose nel loro mutare, cambiare, trasformarsi in continuazione. Non bisogna dirselo con la testa: non serve a niente. Bisogna farne concreta esperienza.

Allora ci accorgeremo che niente di ciò che è fuori permane così com’è: la mia casa, la mia auto, il mio lavoro, i miei amici, il rapporto che ho con i miei amici, i soldi che guadagno, i soldi che spendo, il mio corpo; e che niente di ciò che è dentro permane così com’è: i miei pensieri, i miei sentimenti, il mio stato d’animo, il mio livello di coscienza, il mio stato di coscienza (sonno, sogno, veglia, sdoppiamenti vari, ecc).

Anche i pensieri che mi fanno soffrire sono impermanenti, così come i sentimenti che causano. Queste larve, questi demoni di cui parlavo all’inizio del post semplicemente non durano: scorrono via. Come recita un detto cinese:

Se hai un nemico siediti sul fiume e aspetta… vedrai il suo cadavere passare

Quando la consapevolezza del cambiamento di ogni cosa fa presa sull’anima, quando è sufficientemente introiettata da diventare un habitus interiore, allora non sentiremo neanche più la sofferenza: non avremo cambiato le cose, avremo cambiato il nostro modo di vivere le cose. E saremo finalmente liberi dalla sofferenza.

Sul piacere

cascata

Vorrei spendere alcune parole sul piacere, perché sentendo parlare di buddismo è facile pensare a una via che contraddica il godersi la vita, o che abbia bigottamente qualcosa da ridere sul piacere dei sensi.

Una persona che cerca di tutto per non provare piacere è esattamente simile a una persona che cerca di tutto per provare piacere in continuazione: entrambe sono attaccate al piacere, infatti non sono in grado di attraversarlo serenamente.

La prima sarà troppo occupata in modo ossessivo al fatto di stare provando piacere per farne esperienza; la seconda sarà così bramosamente occupata a volerne ancora, di più, che non sarà capace di godersi il piacere che c’è in quel momento. Se invece non abbiamo attaccamento per il piacere possiamo godercelo così com’è, e quando non c’è più possiamo serenamente fare altro.

Molte persone sono così preoccupate di perdere le cose o le persone che hanno che non sono in grado di godersele. Sono già con la testa da qualche altra parte, a preoccuparsi per chissà cosa. Tirando le somme quindi possiamo dire che non solo la sofferenza che abbiamo diminuisce, ma anche la nostra capacità di goderci le cose cresce.

E sapete qual’è il bello? Che oltretutto non ve ne frega niente!

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...